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La Luna, da sempre oggetto della fantasia, dei sogni e delle credenze degli uomini di ogni tempo – dagli Egizi, ai Maya, ai Celti, ai Greci. Nella regolarità del suo crescere e del suo calare l’Uomo ha cercato di trovare influssi, significati e segni del divino. La Luna, musa ispiratrice e luogo dell’immaginazione di poeti e scrittori, musicisti e pittori. La Luna, alter ego del nostro pianeta e simbolo di contraddizione: la mutevolezza che si intreccia con la fedeltà, l’amore che si unisce con l’indifferenza, il buio che diventa luce, la razionalità sconfitta dal mistero. La Luna, presente nel nostro frasario quotidiano e nei proverbi popolari (essere in luna di miele, avere la luna storta, abbaiare alla luna, vedere la luna nel pozzo, chiedere la luna). La Luna, immagine del femminile e della sua fecondità.

Un mosaico di suggestioni si raccoglie da sempre intorno alla visione del nostro satellite naturale, eco di un dialogo privilegiato che ha attraversato le epoche e ha resistito nel tempo, anche di fronte alla nuda evidenza della “conquista” da parte della scienza. Molti di noi ricordano la notte del 21 Luglio 1969 e le immagini dei primi astronauti che camminarono sul suolo lunare compiendo quel “piccolo passo per un uomo” che Neil Armstrong definì allo stesso tempo “un grande balzo per l’umanità”.

A partire dalla coincidenza tra il 40° anniversario dello sbarco e i 400 anni dalle prime osservazioni della Luna ad opera di Galileo è nato un viaggio tra letteratura, musica, immagini, movimenti coreografici che traccia solo uno dei percorsi possibili, giacché vastissima è la produzione artistica di ogni tempo dedicata alla Luna ed è stato necessario, quindi, operare esclusioni, a volte anche sofferte: ma questo – credo – lungi dall’essere una menomazione, diviene, invece, stimolo per ciascuno a cercare una traiettoria personale, il tragitto più congeniale.

Se con lo sbarco la Luna ha perso il suo alone di mistero (Eugenio Montale scrisse che nessun poeta moderno si sarebbe rivolto alla Luna col famoso interrogativo “che fai tu luna in ciel, dimmi che fai?”) essa non ha rinunciato alla sua forte vocazione poetica. L’incantesimo è rimasto inalterato. Come scrisse Giuseppe Ungaretti all’indomani dell’evento: “Ogni uomo ha desiderato da sempre conquistare la Luna. Basta rileggere le pagine più antiche di ogni cultura per trovare questo richiamo perenne. Oggi è stato raggiunto l’irraggiungibile, ma la fantasia non si fermerà. La fantasia ha sempre preceduto la storia come una splendente avanguardia e continuerà a precederla. Gli uomini continueranno a vedere la Luna così come appare dalla Terra ed essa rimarrà per i poeti, ma anche per l’uomo qualunque, la stessa Luna”. Ed è a quella fantasia, alla capacità dell’Uomo di guardare oltre il limitato orizzonte della propria esistenza che ci siamo affidati – con successo – per il nostro “viaggio intorno alla Luna”.

Ornella Fulco

Ho scritto i primi otto canti di una Odissea in lingua siciliana nel 1982, perché Ulisse e le sue vicende mi hanno profondamente affascinato fin dai lontani giorni della seconda media: allora era d’obbligo che il poema omerico si studiasse per intero (che fortuna!) e in ogni suo dettaglio: di contenuto, di struttura, di analisi del verso. Io chiedevo che mi si interrogasse tutti i giorni. Mi incantavano le vicende e ancor più la fluidità della poesia, la meraviglia delle metafore. Crebbi poeta leggendo quel libro ed esplorandolo in ogni angolo. Nel 1996 ho sentito che il racconto doveva continuare e i canti divennero undici. Il viaggio di Ulisse non finisce, mi dicevo, non può finire. Nel 1997 ho scritto del personaggio che io considero il più importante di questo viaggio: Penelope che, fino a quel punto, avevo inconsapevolmente trascurato. Il canto su Penelope, esso stesso, mi spiegava all’improvviso una serie di cose, di interpretazioni su Ulisse e sul suo ininterrotto andare, sulla sua smania di fuga e sulla imprescindibile voglia di tornare, per poi ripartire. Come una condanna, la dannazione infinita di un legame destinato ad un finale che non è mai un finale ma una sorta di “né con te, né senza di te”.

Nel 1998 ho scritto le prime due lettere tra Ulisse e Penelope, come se mi si andasse dipanando la matassa del groviglio oscuro di sentimenti di costoro. Non a caso esse sono state subito concepite in lingua italiana, come a voler sottolineare che mentre i canti sono l’istinto giocoso, immediato, epico di me, novella Omero che torna a cantare di Ulisse, le lettere, al contrario, rappresentano il filo del pensiero più ragionato, più razionale (anche se parte da sentimenti ed emozioni). Una sorta di approdo al senso più profondo della vicenda sentimentale tra le più inquietanti che la storia del mondo ci abbia consegnato.

Nel giugno del 2002 ho ritrovato le prime due lettere e le ho completate in poche ore perché, ormai, il percorso in me si era chiarito. Da allora consegno il tutto al pubblico di spettatori e lettori che vogliono conoscere la mia chiave di lettura. Una libera interpretazione, si intende… Un po’ azzardata forse? Ma il Mito – io credo – esiste perché ciascuno possa farne uso a propria misura, si possa identificare, lo possa stravolgere, ricreare, spiegare, come sollievo e, persino, soluzione alla propria straordinaria e grave incombenza di vivere.

(dalla prefazione a “La Vela la tela” di Marilena Monti)

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Maram al-Masri giunge da Latàkia a Palermo, passando per Parigi, quattro anni fa, nella chiesadi Casa Professa, a due passi dal Ballarò. Una siriana e musulmana che ha voltato le spalle a secoli di storia e civiltà del Bilad al-Shām per incastonarsi nel cuore dell’Europa,Parigi. Per poi tornare indietro, seguendo la traiettoria inversa dello Scirocco, e fermarsi, solo per ungiorno, nella città in cui sono nata, Palermo. Esattamente il 16 dicembre 2005. Io ero reduce da un soggiorno in Libia che mi aveva aperto una grande finestra su alcuni fatti “rimossi” della storia coloniale italiana.
Quanto al mio arabo, in quel periodo balbettavo solo alcune semplici frasi. Dunque lei arriva da Parigi nella mia città come ospite d’onore di una serata poetica, intitolata Un mare di Pace, organizzata nei locali della biblioteca comunale attigua alla chiesa di Casa Professa. Quando la poetessa entra in sala, quella sera, tutti gli occhi sono puntati sull’esatta combinazione di abito lungo bianco damascato, lunghi capelli neri e un sorriso fiero ed emozionato. Una sirena, pensa ad alta voce chi mi sta accanto. Le poesie che le sento recitare non corrispondono all’idea che mi sono fatta della poesia araba in generale. In altri termini, non mi sembra uno stile tradizionale, bensì molto originale che, in seguito, avrò modo di sentire vicino, per vari motivi, allo stile di altre poetesse arabe contemporanee come Inaya Jaber, Dunia Mikhail e Suzanne Alaywan, o addirittura ad alcune espressioni di Erri De Luca, nonostante questi poeti forse non si siano mai conosciuti o reciprocamente letti. Come se esistessero delle correnti di suggestione poetica che oltrepassano tanto i confini strettamente letterari di un manifesto stilistico deciso a tavolino, quanto i confini culturali e geografici tra i due ipotetici Oriente e Occidente. Una corrente poetica attuale che somiglia al Mare Nostrum che unisce, lega e rimescola tutti i punti cardinali e ci costringe a guardarci. Da quella sera al giorno in cui decido di tradurre Ti minaccio con una colomba bianca (Genova, Liberodiscrivere® edizioni, 2008) per la mia tesi di laurea, passano alcuni mesi e le mie frasi pronunciate in arabo, anche se sintetiche ed essenziali, diventano più profonde e coraggiose per gli argomenti che si cimentano ad affrontare. Creiamo gradualmente, io e lei, dal francese, inglese ed arabo, una lingua ibrida che useremo nella nostra comunicazione giornaliera via e-mail. Lei da Parigi, io da Palermo.
Dopo quasi quattro anni dal primo incontro, mi precipito qui, in uno dei mille Sud, in mezzo alla perpetua energia delle terre di scambio, a scrivere di lei per voi, di una donna araba, poetessa e personaggio, che conduce la sua battaglia, a favore della vera libertà degli esseri, “a colpi di versi” come i poeti della Jahilliyyah ed esprimendo la complessità del suo sentire, in modo spontaneo. Quei versi toccano diverse tematiche: un cuore spezzato da un abbandono, la nostalgia dei luoghi della giovinezza trascorsa in Siria, l’amore totalizzante, lo sradicamento dalla cultura siromusulmana di origine; argomenti affrontati, in alcuni casi, con sarcasmo. Potete considerarla una poesia moderna e novecentesca per la sua essenzialità fotografica, oppure potete trovarla naïf dal momento che non ricerca l’intellettualismo “a tutti i costi”, incomprensibile ai più. Siete liberi di farne ciò che volete. Di avvicinarvi ad essa, abbandonarla e riprenderla quando ne avete voglia. Lei sarà lì ad aprirvi il suo sorriso quando la cercherete tra le pagine del libro. Perché la Poesia vi ama incondizionatamente. Quella di Maram in particolare. Parola di una sua traduttrice.
Bianca Carlino
Napoli, giugno 2009

È certamente fra i luoghi comuni più divulgati il rimpianto che i giovani non siano in grado di godere la giovinezza, mancando di mezzi, tempo ed esperienza e che, al pari, i vecchi non possano approfittare della vecchiezza, difettando di energie e di voglia di vivere. Sul motivo dell’illusione di un esistere a rovescio – che cominci con il nascere vecchi e termini con il morire infanti – è incentrato Il tempo imperfetto, romanzo breve di Francesco Piccolo. Nell’ipotetico ed indefinito futuro del libro i progressi della genetica hanno trovato il modo di invertire l’orologio biologico degli esseri umani al momento della nascita: invece di bambini urlanti, al termine di una procedura misteriosa della durata di tre giorni (quasi una citazione evangelica indiretta), dagli ovuli fecondati prelevati dalle madri nascono vecchi decrepiti, privi di forze e decisamente turbati dai moti d’entusiasmo dei giovani genitori intorno a loro. La vicenda di Carlo e Teresa, coetanei e appartenenti a questa nuova razza di umani dal corso biologico invertito, è risolta nei toni lirico-esistenziali di un ordito che oscilla fra la descrizione delle vicende e degli stati d’animo dei due personaggi e l’affresco corale di un mondo emotivamente proteso verso il sogno di una vita riparata dal soffrire. Sulla carta sembrerebbe una società perfetta, ma si avverte che qualcosa non funziona con lo scorrere delle pagine: i giovani che si godono la meritata pensione al meglio delle proprie possibilità psico-fisiche, gli adulti che non sono oppressi dal problema della disoccupazione, gli anziani per natura portati alla contemplazione, allo studio ed alla lettura, insomma tutti i risvolti in positivo della cronologia umana rovesciata non sembrano riuscire, comunque, a pareggiare il conto con le anomalie che vengono a provocarsi. E così è inevitabile quella patina di malinconia e di sconfitta che pervade la trama del romanzo che è il racconto di un fallimento, di una corsa verso il nulla molto più triste dell’antico procedere di sempre dalla nascita alla giovinezza, alla vecchiezza, alla morte.

Ornella Fulco

Roland Barthes  “LA CAMERA CHIARA. Nota sulla fotografia”

Questa digressione intorno alla fotografia, scritta pochi mesi prima di morire, risulta forse il testo più penetrante di Roland Barthes. L’opera appare nettamente divisa in due parti. La prima assume la veste di un vero e proprio saggio: la fotografia “medium bizzarro, nuova forma di allucinazione” e il suo rapporto con il Tempo e lo sguardo dell’osservatore, vengono scrutati attraverso un certo numero di “casi”, fotografie con le quali l’autore ha stabilito una speciale corrente empatica, una sorta di attrazione, della quale tenta di spiegare le origini. Barthes distingue sottilmente, in ciascuna immagine, un campo d’interesse culturale (che egli chiama lo studium), da quel sussulto, improvviso turbamento che talora attraversa tale campo, che chiama il punctum. Esso altro non è che il Tempo, l’enfasi straziante di ciò che è stato, la sua raffigurazione pura. La seconda parte è, invece, incentrata su motivi più autobiografici, per quanto rintracciati con puntiglio obiettivo. Il ricordo della madre si mescola all’esigenza, profondamente sentita,  di penetrare dentro di sé per trovare l’evidenza della Fotografia. La discesa, quasi proustiana, nei meandri della memoria  si unisce ad un discorso che è allo stesso tempo interrogazione, dialogo, ma anche confessione. E in conclusione le riflessioni si fanno quasi premonizione, quando l’autore si sofferma ad analizzare, contestualmente alla fotografia e al suo rapporto con l’immagine, lo storico e l’effimero in cui tendiamo, consapevolmente o meno, ad immergerci sempre più. La follia, quell’assoluta ingovernabilità della Fotografia, quel turbamento che essa può suscitare inconsapevolmente, viene, per così dire, addomesticata dalla sua trasformazione in arte. Ed è questo ciò che avviene nella nostra società, fa rilevare Barthes, dove noi viviamo conformemente ad un immaginario generalizzato. “Ciò che caratterizza le società cosiddette avanzate”, afferma, “è che oggi tali società consumano immagini e non più, come quelle del passato, credenze; esse sono dunque più liberali, meno fanatiche, ma anche più false, meno autentiche, cosa che, nella coscienza comune, noi traduciamo con l’ammissione di un’impressione di noia nauseante, come se, universalizzandosi, l’immagine producesse un mondo senza differenze e indifferente”. Paradossalmente la fotografia, nonostante la realtà del soggetto che rappresenta, finisce col realizzare completamente il mondo umano dei conflitti e dei desideri. L’eterno conflitto tra identità e verità si agita in ogni immagine fotografica. Ecco allora l’affermazione che la Fotografia “è violenta”. Non perché mostra delle violenze, ma perché ogni volta “riempie di forza la vista”, poiché in essa niente può sottrarsi e neppure trasformarsi. Questo richiama un’interessante discussione antropologica sul rapporto tra immagine e Morte. La Fotografia in fondo, nella fissità dell’immagine, produce la Morte volendo conservare la vita. Ecco, infine, spiegato il perché del titolo: non la camera oscura, bensì la camera chiara, perché in definitiva l’essenza dell’immagine è di essere tutta esteriore, “senza intimità, e ciononostante più inaccessibile e misteriosa dell’idea dell’interiorità”, di essere senza significato, pur evocando la profondità di ogni possibile senso.

Stefania La Via

Locandina_TerrazzadAutore_2009

AD ALTO VOLUME!

Venerdì 13 febbraio 2009

Ore 20.45, palazzo del seminario – auditorium “Santa Chiara”

Proiezione del film “Vogliamo vivere (to be or not to be)” di Ernst Lubitsch (USA, 1942) per “L’Altravisione”, settima rassegna cinematografica della Biblioteca “G.B. Amico” a cura di Fondazione Pasqua2000.

 

Sabato 14 febbraio 2009

Ore 17.00, palazzo del seminario – sala conferenze “G.B. Amico”

La biblioteca per ragazzi

Intervengono:

Patrizia Lucchini, coordinatrice della Commissione nazionale Biblioteche per ragazzi dell’AIB (Associazione Italiana Biblioteche), Dove va la biblioteca per ragazzi in Italia?

Christina Hasenau, direttrice dei Centri informazioni del Goethe Institut in Italia (in collaborazione con l’ICIT di Trapani), La biblioteca per ragazzi in Germania oggi

Giovanna Lopes, Consorzio Giona-Nexus di Palermo, Il progetto di interpretazione culturale “Il topo di biblioteca”

Scambio e comunicazione di esperienze e di progetti tra le Biblioteche comunali della provincia di Trapani che hanno attivato la Sezione Ragazzi.

 

Domenica 15 febbraio 2009

Ore 17.00, palazzo del seminario – sala conferenze “G.B. Amico”

Un libro per “Amico”

Promozione del libro ed esperienze di lettura:

- identità e prospettive della Biblioteca Diocesana “G.B. Amico”,

a cura di don Liborio Palmeri

- Dona un libro, apri una biblioteca, bilancio della campagna di cittadinanza attiva per la riapertura della Biblioteca, con la partecipazione dei librai che hanno aderito all’iniziativa;

- Trailer di carta: dalla quarta di copertina al linguaggio cinematografico, con Pietro Vaglica per la rassegna Giovani conTesi 2009;

- La voce dei libri, lettura scenica sul tema del libro, della biblioteca, del leggere a cura di Stefania La Via e Ornella Fulco. Voci di Stefania La Via, Ornella Fulco, Giancarlo Cara.

 

Sabato 21 febbraio 2009

Ore 17.00, palazzo del seminario – sala conferenze “G.B. Amico”

Le collezioni antiche della Biblioteca diocesana di Trapani.

Ricchezze e curiosità di un patrimonio in crescita.

Presentazione del fondo antico della biblioteca “G.B. Amico” e dei progetti di restauro librario.

Intervengono: Lorenzo Baldacchini, professore di Biblioteconomia e Bibliografia dell’Università di Bologna; Vincenzo Fugaldi, dirigente del Servizio Beni bibliografici e archivistici della Soprintendenza di Trapani; Simona Inserra, restauratrice titolare della società Antico Valore di Catania; Giuseppe Giannantonio, responsabile del Sistema bibliotecario di ateneo di Palermo.

Il libro malato

Dimostrazione dal vivo di alcune fasi del restauro librario

a cura della società Antico Valore di Catania.

Ore 21.00, palazzo del seminario – sala conferenze “G.B. Amico”

Le parole delle immagini

In viaggio tra le opere della Di.ART e le parole di poeti e scrittori del Novecento (a cura di Stefania La Via e Liborio Palmeri).

Voci di Ornella Fulco e Giancarlo Cara.

 

Domenica 22 febbraio 2009

Ore 17.30, palazzo del seminario – sala conferenze “G.B. Amico”

Il Progetto Biblioteche Ecclesiastiche (PBE) della Conferenza episcopale italiana.

Presentazione di Paul Gabriele Weston, professore di Biblioteconomia dell’Università di Pavia e responsabile scientifico del PBE.

Segue Tavola rotonda con la partecipazione dei responsabili degli Uffici Beni Culturali Ecclesiastici delle Diocesi e dei direttori e operatori delle Biblioteche Ecclesiastiche Siciliane.

 

Sabato, 28 febbraio 2009

Ore 18.00, palazzo del seminario – sala conferenze “G.B. Amico”

Block Note

Concerto “per chitarre ed altro” di alcuni giovani musicisti di Trapani presentati dal maestro Nello Alessi.

7 FEBBRAIO 2009
PALAZZO DEL SEMINARIO, VIA COSENZA 90 – ERICE CASA SANTA (TP) 
PROGRAMMA 

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5000 libri antichi a portata di mano!

35.000 volumi moderni!

3 postazioni internet per gli utenti!

5 giorni a settimana di apertura!

Libri per piccolissimi (0-6 anni), bambini e ragazzi!

Un servizio prestiti gratuito!

Una comoda sala lettura a scaffale aperto!

Tante riviste e un luogo rilassante per consultarle!

Laboratori di lettura per bambini!

Sale per lo studio e l’attività creativa dei ragazzi!

Narrativa per tutte le età e tutti i gusti!

La fede e le arti nei testi più importanti!

Personale disponibile e accogliente!

Una miriade di attività culturali!

Una pinacoteca e una collezione d’arte a pochi passi!

Presentazione del libro – Trapani 30 novembre 2008
Sala “G.B. Amico”  Seminario Vescovile

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Si è tenuta domenica 30 novembre nella sala “G.B. Amico” del Seminario Vescovile di Trapani la presentazione del Libro “Azulene” di Fabrizia Sala. Preceduto dal saluto del Vicario Generale della Diocesi di Trapani don Liborio Palmeri, l’incontro con l’autrice ha visto la presenza di un folto e attento pubblico che ha seguito con emozione la lettura – a cura di Ornella Fulco – di due dei racconti contenuti nel libro. A seguire l’interessante dibattito – coordinato da Stefania La Via – sul valore terapeutico della scrittura a cui ha partecipato il dott. Enrico Genovese, psicologo e psicoterapeuta. Numerosi gli spunti di riflessione scaturiti anche dagli interventi del pubblico che ha mostrato tutto il suo apprezzamento all’autrice la quale, con generosità, ha destinato i proventi della vendita del libro al sostegno delle attività culturali della Fondazione Pasqua2000. Di seguito l’intervista con l’autrice realizzata da Stefania La Via.

In un tuo racconto la protagonista definisce la scrittura un luogo fisico dove rifugiarsi per sfuggire ad un devastante senso di insicurezza. Sarebbe interessante sapere come mai hai pensato di pubblicare Azulene e qual è il tuo rapporto con la scrittura.

Ogni volta che trovo una motivazione plausibile mi sorge il dubbio che non sia quella vera. Ed è possibile inseguire tante verità, perché noi siamo molteplici. Parti di noi agiscono in modo consapevole, altre in modo del tutto misterioso. Io preferisco queste parti oscure, parti della mia identità che non sono ancora ben definite. Diciamo che parlare di cose che conosco di me stessa mi annoia un po’. Ho fatto conoscere Azulene per poter condividere una passione. Sapere che molti di coloro che hanno partecipato alla presentazione condividono la mia stessa passione mi rende felice. Un’altra motivazione plausibile potrebbe essere legata al concetto di tempo e memoria… La percezione del tempo cambia con il cambiare della nostra età. Tempo e memoria sono intrecciati nella storia dell’umanità e sembra che la parola scritta, e tutti i segni che l’uomo lascia durante il suo passaggio sulla terra siano un ottimo collante. Quindi mi viene da pensare che una motivazione potrebbe essere la consapevolezza che il morire porta inevitabilmente all’oblio. Avvertire la percezione del dolore del nulla. Tutte buone motivazioni, credo. Ma non so ancora bene perché abbia deciso di pubblicare. Forse è troppo presto perché io possa avanzare qualche ipotesi sostenibile. 

Quanto c’è di autobiografico in questi racconti? Scriviamo per rappresentare il mondo o per raccontare noi stessi al mondo?

Tutto è autobiografico. Io credo che non si possa scrivere a prescindere dalla storia della propria vita. Anche le storie più fantasiose sono autobiografiche. L’autore si racconta in ogni caso. Trovo molto interessante la citazione di Freud quando dice in suo scritto: “non mi fido delle parole perché nascondono molto e rivelano poco di ciò che è realmente importante e significativo”. Quindi potrebbe essere che la finzione sia un modo legittimato a svelare la propria intima dimensione. Questo per me è l’aspetto meno interessante della scrittura. Quello che mi incuriosisce nel processo creativo è l’impulso, il demone che si presenta allo scrittore. Lo scrittore scrive in stato di trance, quasi sotto dettatura. L’Io perde il controllo vigile di sé e manifesta tutto un materiale creativo, a volte interessante, altre volte meno. Diciamo che il processo creativo nello scrittore è uguale sia per i grandi capolavori che per le opere che non hanno un valore fortemente artistico: è il risultato che è diverso. Un po’ come nel sogno. A tutti è capitato di desiderare di sognare qualcosa o qualcuno e il sogno ci porta da un’altra parte. Ovviamente lavorare sull’opera è tutt’altra cosa dello scrivere. Un racconto su cui ho lavorato poco è L’isola del pudendo. Un racconto al quale sono molto affezionata e che continua a piacermi. Un racconto al quale ho lavorato molto è Calzini a Rombi . E credo che, nonostante ciò, non sia uno dei migliori. Ma i temi che affronta sono ancora presenti dentro di me, credo che dovrò lavorarci ancora e meglio. In fondo questo è un libro dedicato ai miei allievi della scuola di scrittura che ho condotto insieme al prof. Mugno che ringrazio per aver letto e dato valore ai miei racconti. E come tale, dicevo, Azulene è un invito per loro a scrivere, mettendosi in discussione tutte le volte, se necessario. Insegnare a scrivere è impossibile, diceva Raymond Carver, imparare a scrivere si può. Ovviamente i geni hanno dalla loro parte il soffio del divino. E grazie a loro l’umanità gode di una letteratura sublime. 

La tua è una scrittura che definisco sensitiva.

Beh, si. La mia scrittura è la mia vita. Nel senso che per me cogliere i particolari è un esercizio quotidiano. Direi che vivo di dettagli. Come nella letteratura noir, un dettaglio è la chiave di tutto. Dire che la natura è bella non significa molto di più che dire che è brutta o cattiva… Dire “ti amo” o “non ti amo”, non significa assolutamente niente. Dire “ti amo perché quando hai freddo arricci il naso” ha un altro sapore, è un’altra cosa. Dire “la luna è bella” non ci arricchisce. Nel mio racconto Azulene descrivo la luna come una tentazione alla quale non so sottrarmi. L’influsso lunare mi riporta al desiderio di rivivere l’adolescente che sono stata. Un’adolescente, dunque, che possiede la vita. Conviviamo per tutta la vita con questa nostalgia di onnipotenza, di assoluto. I colori sono la mia passione. Li vedo, li focalizzo, diventano storie. L’ambiente per me è vitale, incanala le mie energie. Ci sono persone che passano l’intera esistenza senza cogliere qualcosa che potrebbe cambiare il corso della loro vita. Un dettaglio. Dai dettagli si arriva a Dio. Dio per un bambino è un dettaglio. Una carezza, data al momento giusto. Un sorriso che viene dal cuore. Spesso inseguiamo grandi cose, grandi sogni, insomma, ci perdiamo nel groviglio esistenziale. Nel mio racconto La ricetta descrivo il mio rapporto con il pomodoro pelato…Piccoli dettagli per sopravvivere!

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Come scrivi i tuoi racconti? Hai un metodo che ci puoi riferire?

Partendo da un dettaglio, appunto. A volte i dettagli sono inizi di racconti che magari non scrivo o non scriverò mai ma alcuni altri sono veramente belli. Il racconto Soffice neve nasce così. Mi succede che, a volte, un’emozione, una battuta tra due persone sconosciute, un pensiero mi riportano all’idea di scrivere un racconto. Non è il racconto ad interessarmi ma il dettaglio da cui partire. Carver  in un suo saggio sulla scrittura raccontava ai suoi allievi che alcune frasi erano belle e che avrebbe voluto inserirle in un racconto. Anche con mio marito mi succede. Lui mi parla ed io gli dico: “belle queste cose che stiamo dicendo. Starebbero bene in un racconto”. La vita è piena di spunti, di incipit. A pensarci bene, per me tutto starebbe bene in un racconto. Il problema è lo stile di uno scrittore. E lo stile rende il dettaglio qualcosa di eccezionale.

Cosa è lo stile?

È come la personalità. Siamo tutti persone ma abbiamo personalità diverse. Perché la personalità è la combinazione di miliardi di elementi. Penso all’aspetto genetico di ciascuno e a tutte le esperienze della vita che si fondono, l’ambiente familiare, sociale, l’ambiente emoziona. La vita vissuta, l’amore, il sesso, la religione. Mille aspetti della nostra realtà psicologica. Il nostro linguaggio. Le favole che abbiamo amato. La personalità appunto. Lo stile è quella cosa lì. Per cui uno scrittore ha il suo stile e con quello racconta perché è la sua personalità che racconta. 

Vorrei citare dei versi di Pessoa che mi hanno sempre affascinata: “il poeta è un fingitore/ riesce a fingere che è dolore/ il dolore che davvero sente”. È necessario aver sofferto per scrivere della sofferenza? 

La finzione è autenticamente vera, nel senso che nell’artista il limite tra realtà e finzione è davvero sottile. Io aggiungerei anche la citazione di Oscar Wilde, che mi sembra molto interessante. “ Nell’arte è la natura ad imitare la cultura e non viceversa”. La natura, così come è, è terribilmente devastante per l’uomo. Pensiamo ad una morte violenta, ad una malattia che colpisce noi o i nostri cari, pensiamo al decadimento fisico che l’età comporta, alle guerre, ai disastri naturali. Ecco, l’uomo ha dovuto fare i conti da millenni con tutto questo. E allora ha inventato una storia che avesse senso per tollerare tutta l’angoscia che la natura porta in sé. Nasce la storia sul mondo, i vari miti sulla creazione, le religioni, la morale, la politica. Insomma l’uomo “inventa” la natura e la rende vivibile e anche plasmabile a sua immagine e somiglianza. I miei pazienti, dopo un lungo percorso terapeutico, escono dal caos naturale delle loro emozioni e cominciano  a dare senso alle loro ferite. Diciamo che sono guariti solo quando sono in grado di raccontare la storia della loro vita, nel senso che la ricostruiscono a partire dei dati di realtà di ciascuno; ma in questo processo – che è creativo – aggiungono, sottraggono, fingono, come dice Pessoa, elementi che giustificano tutto quanto accaduto nella loro esistenza. 

Ma qual è allora la differenza tra una storia clinica e una storia letteraria?

Jung ha dato un grande contributo per la comprensione della letteratura clinica in contrapposizione a quella letteraria. Lo stesso Freud è stato più volte accusato di essere stato un grande romanziere. E proprio perché la psicoanalisi lavora sulla storia del paziente, ne traccia l’evoluzione. Semplificando possiamo ragionevolmente dire che una storia letteraria contiene in sé la storia clinica. È sorprendente quanto in un romanzo di un autore di cui non ricordo il nome in questo momento, sia stato interpretato il sogno del protagonista con le stesse regole della psicoanalisi, mentre lo scrittore non ne era mai venuto a conoscenza. Lo stesso dicasi per Pirandello, di cui ci risulta non abbia mai letto Freud. La letteratura racconta dell’uomo, della sua complessità. Mostra il personaggio per quello che è, dell’uomo che potrebbe essere il nostro vicino di casa. Nella letteratura analitica diciamo, con un po’ di fantasia, che questo personaggio va in terapia.  Memorie dal sottosuolo. Un romanzo da leggere! Esemplificativo di tutto quanto sto tentando di dire non senza difficoltà, perché la sintesi , come in questo caso  non è sempre felice. 

03

Hai citato Pirandello. Mi viene in mente la straordinaria opera “ Sei personaggi in cerca d’autore. I personaggi chiedono al regista di cambiare il loro copione. Nella realtà come si realizza tale finzione?

Credo che Pirandello sia stato straordinario. Non dovremmo mai smettere di amarlo. La sua invenzione è quella di avere reso credibile la finzione e anche il suo contrario. Noi siamo come i sei personaggi. Ci portiamo dentro un copione che hanno costruito per noi e con quello senza rendercene conto andiamo per il mondo. Non abbiamo spazio di autonomia e quando ci sentiamo liberi in realtà stiamo semplicemente mettendo in scena la nostra parte, in maniera coattiva. Anche se siamo felici e soddisfatti quindi, non solamente tristi e infelici stiamo recitando quella parte e non un’altra. Eric Berne ci ha fornito uno studio davvero interessante sui copioni esistenziali.

Cosa succederà dopo Azulene?

Mi piacerebbe inventare storie e situazioni molto lontane dalla mia condizione esistenziale. Esperienze lontane dalla mia persona, dal mio mondo affettivo. Per esempio raccontare di un uomo stimato, colto, ricco che prenota un viaggio all’estero per consumare in modo brutale la sua sessualità sui bambini. Oppure raccontare di una donna che non esce dal suo guscio di ritardata mentale… 

Come mai non potresti farlo?   

Forse perché sono una terapeuta e questo condiziona la mia scrittura. Il lavoro su di me, durato per anni e che ancora continua, ha permesso a parti di me, non sempre tollerabili, di trovare un’adeguata riappacificazione. Nella realtà, infatti, quello che faccio come terapeuta è giustificare, dare senso al disagio, alla stessa crudeltà, qualora questa dovesse emergere senza controllo, all’ inibizione affettiva e mentale. Il mio è un lavoro sull’uomo, sulla sua storia personale, sulla sua solitudine. E nel percorso terapeutico il paziente ed io ci impegniamo in un processo di risanamento, poiché sono convinta (lo dice la letteratura clinica e anche la mia lunga esperienza) che ciascuno riflette irrimediabilmente nella vita ciò che ha subito. Ecco, mi piacerebbe come scrittore spogliarmi del ruolo di psicoterapeuta e cogliere la persona nella sua autenticità. Vorrei che fossero gli altri, i lettori, i veri protagonisti, regalando loro storie autentiche.

Già, i lettori! In che rapporto sei con loro? Avevi in mente un tuo “lettore ideale” mentre scrivevi?

Ho bisogno di sapere che chi mi legge lo fa perché è interessato al mondo della letteratura. Non mi aspetto che mi si legga. Anche io sono una lettrice divorante. Non si legge sotto dettatura né per compiacere qualcuno. Spero solo di comunicare attraverso i miei personaggi qualcosa che ci accomuna tutti. Perché credo nel valore della letteratura, io devo molto agli scrittori. Ho imparato molto, ho appreso il male che gli uomini compiono e il valore del bene. La vera letteratura ci rende inevitabilmente buoni. Leggete  La fame di Knut per comprendere un gesto di generosità verso chi è povero o Jean Claude Izzo, per citarne alcuni o Aspettando i barbari o il Deserto dei Tartari

Sono questi i tuoi scrittori preferiti?

In tempi diversi autori diversi, classici e moderni. Sono tanti, tantissimi, uomini e donne. Ho amato gli scrittori insieme alle opere. Sono sempre stata affascinata dalla loro vita. Ho letto infinite biografie. Fin da ragazza ricordo che sarei impazzita se avessi potuto conoscere Moravia che tanto amavo. La noia è stato un romanzo forte, uno di quelli che mi ha aperto gli occhi al mondo. Alcune opere mi hanno, comunque, cambiato la vita. Voglio condividere con voi un aneddoto legato alla letteratura. Si avvicinava il mio compleanno. Compivo cinquant’anni! Un po’ provata vagavo per la città. Poi il mio rifugio in biblioteca. Per caso ebbi tra le mani le lettere di Dostoevskij al fratello Nicolaj.  E lessi che il giorno 22 dicembre del 1849 – dunque cento anni prima e proprio il giorno del mio compleanno – lo scrittore era stato graziato dalla pena di morte e scriveva: “sono vivo, sono felice e anche se andrò ai lavori forzati sarò felice ugualmente, perché la vita è ovunque!” Da quella lettura ho appreso due cose: la consapevolezza del valore della vita per me, che non ero condannata a morte, almeno non in quel momento; e l’emozione che provoca una ferita, quella  di non poter comunicare con i propri fratelli, per pudore forse, per educazione, con altrettanta intimità. Volete sapere come è andata? Organizzai una bella festa con i miei amici e fui felice di condividere la mia rinascita. Quanto alla corrispondenza intima tra fratelli, ho imparato, con dolore, che non sempre dipende da noi. L’intimità credo sia la cosa più difficile da realizzare nella vita. Quel che tento di fare nella mia esistenza è essere intima. Comunicare un po’ di me. Come direbbe il mio amico Enrico Genovese, nel suo splendido racconto: mostrare l’essere umano che sono, così com’è, ossia un Viandante.  


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14 novembre 2008: Lars e una ragazza tutta sua di Craig Gillespie (2007)

12 dicembre 2008: Il cappotto di Alberto Lattuada (1952)

16 gennaio 2009: Paranoid Park di Gus Van Sant (2007)

13 febbraio 2009: Vogliamo vivere! di Ernst Lubitsch (1942)

Le proiezioni si tengono presso l’auditorium “Santa Chiara”
del Seminario Vescovile di Trapani in via Cosenza.
Cocktail di benvenuto, scheda e dibattito sul film.

L’ingresso è gratuito. 

BLOG: http://laltravisione.wordpress.com 

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