LA PERNACCHIA DI CASSISA

 

Quando, dopo la telefonata di Rita Ernst ho chiuso il cellulare, ero emozionato. La voce di lei, la sua difficoltà a esprimere quanto era accaduto, mi avevano colpito, e sapere che Mario Cassisa ci aveva lasciato mi rattristava profondamente. 

Ero stato con lui qualche mese prima, in una cena intima per il suo settantottesimo compleanno a casa di Rita, ed era gongolante perchè forse si apriva (come poi si è aperta) la possibilità di fare una mostra con la Fondazione Orestiadi. Nel nostro ultimo incontro personale, in via Garibaldi, dove lui era una specie di guardiano della vitalità della Città, (sempre pronta a spegnersi!), la sua felicità era piena; ed era gratificante per me il suo bisogno di condividere il momento della mostra di Gibellina. Da quando avevo presentato la sua esposizione a Sant’Alberto mi aveva in grande considerazione, ed io che non sono un critico d’arte, ma scrivo d’arte (e d’altro) per imperativi misteriosi della vita, considero quel momento, vissuto con poche persone, uno dei più belli nel mio approccio con gli artisti. Sentir dire a Mario Cassisa che io ero tra i pochi ad averlo capito era straordinariamente intrigante, mi faceva vanitosamente pensare di aver fatto le scarpe a qualcuno che, più bravo di me, non aveva saputo tuttavia entrare nei suoi labirinti, non aveva saputo guardarlo negli occhi della sua memoria. 

Il nostro primo incontro era avvenuto ad Erice nel 2002, durante una manifestazione della Diocesi che si chiamava IncontrArti. Iniziava il suo rapporto con la Chiesa di Trapani. Segni ne rimangono il bellissimo crocifisso astìle del Santuario di San Vito e alcune opere presenti nella Collezione Di.ART. I dialoghi erano intensi, ironici, divertenti e profondi. 

La sua era una religiosità complessa, cioè siciliana, ma che riconosceva in Cristo l’elemento centripeto della storia: è questo il senso di una delle sue opere più belle presenti alla Di.ART, cioè il Cristo Pantokrator di Monreale che campeggia ad accogliere con la sua croce la storia policulturale della nostra Isola (Punici, Greci, Latini, Arabi, Bizantini).

C’è sincretismo, certo, ma è innanzitutto culturale ed artistico, secondo quella caratteristica che Leonardo Sciascia, scrivendo di Cassisa a Cassisa nel 1974, chiamava “avventurosa acculturazione”, con tutti i rischi di decentramento psichico che l’acculturazione comporta e che Cassisa tuttavia superava per il suo procedere “a rebours”, all’indietro, per dirla sempre con Sciascia, a cercare il punto unificante. E “indietro” c’era sempre la Sicilia. Cassisa assimilava tutte “le cose che ad ogni viaggio vedeva”, nel senso di “renderle simili: alle cose siciliane, naturalmente” (sempre Sciascia!).

Senza aver letto lo scritto di Sciascia io presentai la Sicilia come la metafora dell’arte di Cassisa, arte della memoria che per uscire dai suoi labirinti aveva il coraggio di gettare lo sguardo sulla morte e sul conflitto dei contrari, che è il  più costante “a rebours” di tutti i grandi siciliani (non a caso, il poeta di Cassisa era Quasimodo); egli superava l’horror vacui di questo sguardo all’indietro attraverso l’inesausto procedimento creativo dell’arte, sia nel senso dello spazio, coprendo tutte le superfici (anche le cornici); ma anche nel suo svolgersi cronologico, tanto che Cassisa nel 1995 si vantava delle sue 80 mostre e “mai una ripetuta”.

La sua morte mi ha rattristato; ma anche mi ha rattristato, devo ammetterlo, il modo in cui l’abbiamo salutato, in quella stanza funeraria approntata velocemente, come se fosse diventato scomodo: non in una chiesa (dove da vivo non disdegnava di entrare), non dentro il Seminario dove ha lasciato delle opere e ha trascorso tante ore, non nella chiesa di sant’Alberto dove era di casa e aveva fatto anche una bellissima mostra. Ho fatto silenzio, rispettando le decisioni prese. Ma quando un signore un po’ impomatato ha voluto fare il sacerdote più di me, che sono prete, affidandone lo spirito al grande architetto dell’universo, sinceramente ho sorriso, pensando al fantasioso, colorato, antigeometrico Cassisa, che, pur di non restare impigliato in quelle cosmiche geometrie, sarebbe stato disposto ad un ulteriore “a rebours”, quello di alzarsi dal suo feretro e di farci un’artistica pernacchia.

Liborio Palmeri

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GMF: ovvero gravi motivi familiari

Credere che un asino possa volare significa credere nell’impossibile. Eppure in questo paradosso è possibile leggere l’originale proposta dei GMF,  trio di interpreti alcamesi che ha scommesso sulla canzone tradizionale siciliana in un mix inedito di ritmi e sonorità  contemporanee. 

Il brano d’apertura del loro CD d’esordio  “Lu sciccareddu”  – reinterpretato con sonorità reggae molto accattivanti – spiega l’essenza e in fondo il progetto del gruppo formato da Pino e Maurizio Calandra  alla chitarra e da Francesco Gallina alle tastiere. Per capire basta dare uno sguardo al loro video clip: un asino, inseguito da una moltitudine di persone che vorrebbe appropriarsene, appunto, vola trascinando con se i componenti del gruppo. “Nei nostri concerti portiamo sempre un asinello di plastica che affascina e attrae moltissimo il pubblico – spiega Maurizio – hanno tentato persino di rubarcelo”. L’asino così è diventato non solo un elemento del paesaggio rurale siciliano ma emblema più profondo di chi sogna, fantastica e intravede cose che non vedrebbe altrimenti. Forse il desiderio di proiettarsi in una ribaltà più ampia e gratificante, di fare il grande salto che consenta di dedicarsi a tempo pieno alla loro grande passione: la musica. 

Costituiti nel 1996, i GMF questa passione l’hanno coltivata con interminabili sedute di prova in un magazzino adattato alla meglio, con animate discussioni per ideare e scegliere gli arrangiamenti dei pezzi, alla ricerca dei testi e ascoltando per ore e ore varie versioni degli stessi brani. 

Il loro primo CD, autoprodotto, è molto ben realizzato sia dal punto di vista musicale sia da quello più propriamente tecnico e grafico. Non ha però distribuzione. Intitolato con un pizzico di provocazione “Terun, Terun, Terun”, oltre al già citato “Lu sciccareddu”,  contiene una versione arabeggiante di “Si maritau Rosa”, una struggente e spiazzante “Vitti na crozza”, una scatenata “Ciuri Ciuri”, una quanto mai sensuale “Mi voto e mi rivotu”, una sempre spiritosa “A lu mircato” e la trasposizione in canzone della filastrocca “Setti fimmini e un tarì”. Il tutto completato da un paio di remix curati da Stefano Bassanelli, in arte Zannasound, apprezzato fonico di Milano.

Nella storia dei GMF non manca qualche aneddoto da ricordare come l’esibizione improvvisata e audace davanti a Moira Orfei nella hall dell’Hotel Excelsior a Palermo con il direttore dell’albergo che voleva cacciarli. Intraprendenza che venne premiata con la possibilità di suonare in alcuni degli spettacoli siciliani della regina del circo mondiale.

Tra le partecipazioni c’è da sottolineare quella a trasmissioni televisive a carattere nazionale su Sky Channel 869 e, addirittura oltre confine, nell’ottobre dello scorso anno al Columbus Day a New York. “Un’esperienza indimenticabile”, racconta con emozione Pino Calandra. 

Un altro riconoscimento al lavoro dei GMF è venuto dalla Compagnia delle Opere di Milano che ha scelto “Si maritau Rosa”  per inserirla in un dvd di presentazione di alcune delle proprie aziende e che è stato proiettato nell’ambito del festival dell’Amicizia di Rimini. Il video de “Lu sciccareddu” invece è andato in onda su Italia1 ed è reperibile su Internet.

Tutte soddisfazioni in agrodolce per i GMF i quali, interpellati sul significato dell’acronimo hanno risposto scherzandoci su: Gravi Motivi Familiari. Ed in realtà, almeno per uno di loro, questi gravi motivi collegati alla mancanza di lavoro, ci sono. 

Non sorprende dunque quella punta di rabbia che si evince leggendo la presentazione del loro lavoro. Quella rabbia di chi è consapevole di avere molto da esprimere, ma non ha la piena possibilità di farlo. La loro ambizione, però, non è soltanto legata al successo del gruppo. Guarda  oltre. Si estende anche alla riscoperta e alla valorizzazione della cosiddetta musica “folk” siciliana, nel tentativo di farla amare e apprezzare dalle nuove generazioni e di farne un veicolo di interscambio con altre culture agganciandola ad una  figura cardine della tradizione popolare come Rosa Balistreri. 

In attesa che arrivi un produttore.

Paolo Vespa

http://www.triogmf.com/ 

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AD LIMINA. Porte



Aprire una porta è un gesto spontaneo che ci mette in contatto per un attimo o per una lunga sosta contemplativa con un “altrove”. La porta diviene il limite fisico e nello stesso tempo il luogo predisposto a mettere in relazione l’intimo del quotidiano con l’esterno, l’infinito, ritagliando una porzione di spazio con lo stesso nitore di una cornice. Proprio per questo la porta, in quanto limite, diaframma, che delinea sempre la contiguità e la separazione tra due ambienti, tra un dentro e un fuori, tra un apparire e un essere, tra esteriorità e interiorità, è risultata una metafora utile, quasi un pretesto dell’anima, uno specchio atto a dire artisticamente tutto quel mondo di passioni e sentimenti che sono proprie dell’uomo in quanto essere relazionale. Questa ricerca è stata la chiave di volta della “mostra delle porte” nella chiesa di S. Alberto a Trapani, risultato di un lungo lavoro svolto con i ragazzi dell’Accademia d’Arte “Kandinsky”: ogni giovane artista si è confrontato con se stesso e con la propria umanità, cercando di esprimere in un simbolo universale e assoluto, quale la porta,  una tematica in cui era implicato personalmente. 

Moltissimi sono i temi affrontati in questa mostra: la porta della vita, dell’amore, della dipendenza, della pace, del sorriso, la porta della musica, dello spirito. Interessante la visione della porta dell’invidia in cui si prende spunto da una terzina di Dante e si cuciono con il fil di ferro gli occhi della porta resi con delle feritoie. Vi è il caso in cui la porta dice se stessa in modo tautologico, dice una porta vecchia e consunta che però apre ad un mondo ulteriore e fantastico ad un mondo altro, ove la fantasia ha il suo dominio assoluto. Ancora, la porta può aprire al mondo onirico, in quella accezione freudiana del sogno come luogo inconscio, in cui l’uomo nasconde, chiude con mille maniglie quegli avvenimenti di disturbo patologico che sono da rintracciare in un sogno infantile infranto rappresentato qui da un letto disfatto da cui sono caduti dei peluches. La porta, però, può anche trasformarsi in muro, un muro che non consente più di essere aperto né infranto: è questo il dramma dell’incomunicabilità, di chi si chiude ad ogni rapporto. La porta può dire la liberta avendo piegato le sue sbarre  e divenendo cosi inadatta ad imprigionare alcuno e davanti a essa anche il nostro cuore è reso più libero. Non a caso l’ingresso della chiesa è stato occupato da una porta trasformata in una zattera a vela  con delle bottiglie di vetro con un messaggio chiuso dentro: un invito certamente a intraprendere un viaggio e a cercare quel particolare messaggio  affidato segretamente al mare del nostro cuore per uscire poi forse più consapevoli di cosa si cela dietro la nostra porta.          

Vito Lombardo

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CHI HA PAURA DELL’UOMO NERO?

I sociologi già qualche anno fa preconizzavano la fine dell’idea di multiculturalismo;  ma risultava difficile pensare che la paura dello straniero potesse diventare quasi la cifra identificativa di questo scorcio di secolo: un’onda improvvisa che sale però da un orizzonte lontano, una minaccia indefinita, eppure divenuta concreta. Il tema di questa paura è stato focalizzato nell’agenda politica e mediatica del nostro Paese come necessità di garantire la sicurezza. 

Un sentimento, una percezione collettiva che, come ha scritto Enzo Bianchi su “La stampa”, non va derisa né minimizzata, ma presa sul serio e fronteggiata: per capirla e vincerla. La sicurezza e il benessere rendono tutti più solidali, è ovvio. L’insicurezza accresce la paura dell’altro e può trasformarla in intolleranza. Eppure molti, analizzando i problemi connessi all’immigrazione e alla sicurezza nei paesi occidentali, guardano al tema dell’accoglienza e della pace sociale da una prospettiva diversa. A partire dalla nostra mente, dalle nostre dinamiche psichiche, da quel microcosmo dinamico che siamo io e tu. La pace incomincia da me, diceva un vecchio slogan. 

A fornire una chiave di lettura psicologica di questa paura dell’altro, è stato recentemente, nell’ambito di un corso di educazione alla pace euro-mediterranea, un interessante intervento di Piero Cavalieri, psicoterapeuta e filosofo. Quando una società è attraversata da una crisi interna di cui non vuole prendere consapevolezza, ecco mettere in atto il meccanismo del “capro espiatorio”: una proiezione all’esterno di un disagio, di un conflitto interno. L’ebreo per la Germania frustrata del primo dopo-guerra, i neri d’America per le classi medio-basse che aderirono al Ku Klux Kan. Lo stesso meccanismo si ripropone nella nostra psiche quando non vogliamo riconoscere le parti “altre”, “diverse”, le zone d’ombra che affiorano dentro di noi:  le proiettiamo fuori di noi, in una persona, in un nemico con cui entriamo in conflitto.

Un personale percorso psicologico di educazione alla pace e all’accoglienza dunque passa da noi, anzi dalla parte più nascosta e più fragile, quella che  vorremmo che nessuno mai conoscesse, che è lì, però, nel fondo della nostra interiorità. “Noi siamo fatti di relazioni,  noi siamo fatti di altri – afferma Cavalieri – laddove entriamo in conflitto con gli altri in realtà stiamo entrando, in qualche modo, in conflitto con parti di noi che non vogliamo riconoscere”. E’, insomma, un esperimento da fare: “ogni volta che io individuo un nemico esterno, una parte di quel nemico viene da me; una parte di quella persona estranea, ostile, in qualche modo mi appartiene”. Daniel  Stern dice che impareremo ad accogliere e ad avere cura dello straniero che è fuori di noi, nella misura in cui riusciremo ad accogliere lo straniero che è dentro di noi – e aggiunge Cavalieri: “Noi oggi rischiamo di vivere in una società in cui la  tecnologia e le tecnocrazia avanzata espelle il valore della relazione umana; e invece è lì che sta il crocevia che decide i percorsi di pace o di violenza: dal curare il rapporto con i nostri vissuti emotivi e dai vissuti emotivi dell’altro passano i percorsi di pace”. Quel vecchio slogan insomma non è così sorpassato. 

A partire da noi stessi, dai singoli, la vicenda dell’incontro con lo straniero può tornare ad essere occasione di umanità per tutti.

Lilli Genco

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CHI NON CERCA… TROVA


Ancora una volta ci sorprende la storia che riaffiora dalle mura della chiesa di S. Agostino a Trapani. Durante i restauri un ragazzo stava scrostando un muro della navata per reintonacarlo vicino a quella parte della chiesa che ora è stata adibita ad abside, ed ecco un piccolo crollo.

Si forma un buco, si intravede una nicchia, si decide di scavare con la frenesia e l’euforia di chi si trova davanti a una scoperta. In una chiesa carica di storia la fantasia corre: sarà un tesoro d’arte sepolto e dimenticato. 

Finito di scavare, quasi come una rivelazione divina, un’imponente statua in stucco che appare con i connotati iconografici della Beata Vergine Maria. All’immagine manca il braccio destro, che presumibilmente doveva essere alzato. Con l’altro tiene in braccio il bambino Gesù, a cui, purtroppo, manca il capo e da cui si è staccata una gamba.  Lo stesso volto della Vergine appare un po’ rovinato, almeno nella metà destra. Ai piedi della Madonna un bambino che si rifugia sotto il suo manto. 

Si ipotizza una verosimile iconografia della Madonna del Soccorso alquanto coerente con il sito. Gli Agostiniani, infatti, furono in Sicilia i maggiori diffusori della devozione alla Madonna del Soccorso. Nulla può colpire di più di questo attimo del passato sospeso nel tempo. Cercando nelle carte un riscontro filologico a tale ipotesi si evince che nel XV secolo gli Agostiniani compirono nella chiesa operazioni di abbellimento e manutenzione. L’atto notarile del 17 dicembre del 1555 del notaio Giacomo Barlirio, inoltre, attesta che i nobili Francesco Mazziotta e Martino Monaco fecero costruire e ottennero il patronato di un altare dedicato a S.Maria del Soccorso. La nicchia della statua dunque doveva essere sopra l’altare costruito nel 1555. Per quanto riguarda la fattura, la statua probabilmente è da attribuire al Milanti. Dalle scarse fonti storico-artistiche del periodo, sappiamo che la grande famiglia dei Milanti lavorava proprio in questo periodo nel trapanese. Inoltre, una nota di Padre Benigno di S. Caterina  attribuisce la nostra Madonna del Soccorso, proprio a Giuseppe Milanti, figlio di quel Giacomo che decorò la Chiesa della Madonna di Trapani. L’analisi stilistica conferma questa attestazione: il drappeggio che avvolge il corpo flesso della Vergine è simile al modo di trattare il drappeggio di alcune figure dei Milanti e, soprattutto, mostra l’uso non comune di colorire lo stucco che i Milanti adoperano a più riprese. Nel bordo sinistro del manto una coloritura verde: probabilmente il risultato di una ossidazione di un originario blu e un bordo presumibilmente decorato in oro.

Vito Lombardo

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S. Agostino: ovvero l’antico tempio dedicato a S. Giovanni Battista, costruito nei primordi della dominazione normanna, che i cavalieri templari, sin dalle prime crociate, avevano fondato assieme all’Ospizio per la munificenza del Cardinale trapanese Enrico Beccatelli, grande protettore dell’ Ordine, poi soppresso dai Pontefici Romani nel 1207. Sotto il regno di Federico II fu  affidato ai padri agostiniani, i quali fondarono nell’ospizio attiguo dei templari il loro convento e mantennero l’ antica dedicazione della chiesa a san Giovanni Battista fino al 1535, anno in cui l’imperatore Carlo V di passaggio a Trapani giurò proprio in questa chiesa di confermare i privilegi accordati alla Città, come si legge nella lapide postuma situata presso l’attuale presbiterio.
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IL VALORE TERAPEUTICO DELLA FILOSOFIA Intervista a Neri Pollastri

E’ stato uno dei pionieri della consulenza filosofica in Italia lavorando come consulente filosofico di quartiere nel comune di Firenze. Autore di articoli e pubblicazioni, presidente della più prestigiosa associazione di consulenza filosofica in Italia, “Phronesis”, Neri Pollastri spiega perché la filosofia non è solo una questione di dispute accademiche. Un filosofo che gioca a fare lo psicoterapeuta? No, perché più che di aspetti terapeutici si può parlare di effetti collaterali. Quali? Il piacere di ampliare la propria visione del mondo.

Professor Pollastri cosa distingue il dialogo filosofico da un altro tipo di dialogo?

In generale, le modalità con cui si svolge. Ad esempio, ci sono dialoghi di tipo strategico, come quello che tra gli ateniesi e gli abitanti dell’isola di Melo riportato da Tucidide ne Le guerre del Peloponneso o come i molti dialoghi tra politici cui assistiamo anche troppo frequentemente attraverso la TV. In questi casi il dialogo è un mezzo per ottenere la vittoria: si misurano le parole per non offrire il fianco agli attacchi dell’avversario e si ascolta cercando il suo punto debole, per poi colpirlo ed affermare la propria posizione. Mancano sincerità e desiderio di cooperazione, manca la philia tra i dialoganti. C’è poi il dialogo come mero scambio di informazioni, nel quale si parla per dare all’altro delle notizie e si ascolta per riceverne. In questo caso – che può peraltro sconfinare nella chiacchiera heideggeriana – può esserci sincerità, ma mancano ancora gli elementi fondamentali di un dialogo filosofico: un profondo coinvolgimento reciproco e l’intenzione di “fare qualcosa” assieme.

Il dialogo filosofico può contenere lo scambio di informazioni e, talvolta, può anche configurarsi come una “sfida teorica” (quando si tratta di difendere la propria meditata posizione dalla messa alla prova da parte del dialogante), ma esso richiede sincerità, personale messa in gioco, consapevole desiderio di costruire insieme all’altro qualcosa di nuovo e di diverso dal proprio pensiero precedente al dialogo stesso. In altre parole, il dialogo filosofico è un atto creativo svolto cooperativamente e per questo richiede una profonda e non pregiudiziale comprensione delle parole e della visione del mondo dell’altro, la ricerca intenzionale della messa in discussione della propria posizione, la fiducia reciproca dei dialoganti – che in una parola io tendo appunto a chiamare philia, termine che non a caso troviamo nella radice stessa del termine philosophia.

Lei scrive che la consulenza filosofica, pur non essendo una terapia, può avere effetti terapeutici. Cosa intende?

Io sostengo che la patologia sia un artificio tecnico per semplificare una condizione complessa degli esseri viventi e non abbia uno statuto ontologico autonomo. Ciò vale in particolare per la patologia psichica, che si definisce sempre in termini sociali, adattivi, ed è quindi dipendente dal contesto. In molti casi la riduzione della complessità è necessaria agli uomini per poter operare in tempi brevi, economicamente, ed infatti essa è il tratto caratteristico di ogni tipo di nostra azione pratica. Ma nel caso delle difficoltà esistenziali questa riduzione non è sempre la cosa migliore da fare e merita di essere praticata solo in casi di conclamata urgenza – ad esempio quando vada in gioco l’integrità biologica, come nel caso di stati di depressione gravi o attacchi di panico. Dove ciò non accada e sia possibile “prendersi il tempo” per capire, riflettere, costruire concezioni della realtà diverse, è preferibile non etichettare la persona con categorie mediche e considerare lo stato una normale conseguenza di un modo di pensare il mondo impreciso, incompleto, incoerente.

Se poi il lavoro di comprensione, riflessione e ricostruzione del senso approda a uno stato esistenziale (ed emotivo) diverso e più soddisfacente, per il filosofo questo non vuol dire che ci sia stata “guarigione”, ma solo chiarificazione e conseguente messa in pratica della nuova concezione del mondo. Tuttavia, con gli “occhiali” del terapeuta si potrà ben dire che c’è stata “guarigione”. È in questo senso che, seguendo Shlomit Schuster, parlo di “effetti terapeutici”. Ma, si badi, si tratta solo di “effetti collaterali” del filosofare, che si possono verificare solo se, nel corso della relazione di consulenza, si riesce a non cercarli: perché in caso contrario non riusciremmo ad avere una vera relazione filosofica (la quale sarebbe compromessa da una finalità “terapeutica”, che ne ostacolerebbe il corso) e non otterremmo proprio niente!

Quali sono allora gli obiettivi della consulenza filosofica?

Molto sinteticamente: l’ampliamento, l’arricchimento e la ricostruzione del senso della visione del mondo dei dialoganti. Sottolineo il plurale, perché l’obbiettivo non è circoscritto alla visione del mondo del consultante, ma include anche quella del consulente, che deve come dicevo mettersi in gioco, dubitare anche delle proprie convinzioni – condizione essenziale perché egli sia un filosofo e perché la consulenza sia una forma di filosofia. Perché, non scordiamolo, la consulenza filosofica è essenzialmente filosofia. 

Norma Romano

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“Pensare bene” la vita è il requisito essenziale per “vivere bene” la vita. Si basa su questa idea la pratica della Consulenza Filosofica. Non si tratta di psicoterapia né di un’esperienza di problem solving: La consulenza filosofia si presenta come la possibilità per chi fa ad essa ricorso, di un libero dialogo critico per ampliare o cambiare la propria visione del mondo. Ad inaugurare questo nuovo approccio alla filosofia è stato nel 1981 in Germania Gerd Achenbach. Nel 2003  a Firenze è nata Phronesis, l’Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica. Lo scorso anno la consulenza filosofica è sbarcata anche a Trapani con un ciclo di dialoghi filosofici per non filosofi che si sono tenute presso il Seminario Vescovile. 
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IL DILUVIO UNIVERSALE E LA SCOMPARSA DELLA REALTA’

L’hanno definito exaflood e cioè “allagamento” di byte (precisamente esabyte): una vera inondazione di dati e notizie che scorrono sulla rete. Il nuovo diluvio universale. Un flusso ininterrotto che ci consegnerà a basso costo e con poca fatica tutto il sapere, ogni informazione possibile. E’ una rivoluzione che si sta svolgendo sotto i nostri occhi con vasti e imponenti effetti positivi: in primis l’accesso democratico, gratuito, quasi “copia-incollabile” alla storia, ai fatti, alle notizie. Non solo una rivoluzione tecnologica ma un vero cambiamento culturale. E’ l’era della total audience in cui gli utenti si informano con tutti i media possibili e in cui, oltre ad internet, anche il cellulare si sta guadagnando un posto tra i media tradizionali come social media.

Consegnarsi o meglio “connettersi” all’ottimismo della tecnologia merita però qualche considerazione critica. Oggi le notizie nascono nello spazio di un secondo, si diffondono alla velocità della luce e subito vengono commentate, nutrite di altri fatti, sommerse da altre considerazioni e poi inghiottite o sintetizzate nel miglior slogan possibile. 

La realtà del fatto accaduto rimane sullo sfondo, svuotato dei suoi connotati di verità  e anche delle sue possibili interpretazioni, ostaggio della sola dittatura oggi imperante: quella della libertà degli “infiniti punti di vista”. Pochi in verità sembrano accorgersi delle conseguenze di questa deriva. E senza essere “apocalittici” ( secondo la terminologia coniata da Umberto Eco) è chiaro che ci sono questioni cruciali da affrontare. A cominciare dal ruolo del giornalista. In discussione è la stessa fisionomia del giornalismo oggi strozzato da un sistema che ne limita di fatto l’espressione da una parte e, dall’altro corroso da un’eccessiva e debole illusione: quella che estremizzando posizioni, spesso senza ancorarle alla verifica e all’approfondimento dei fatti, sia possibile recuperare la libertà perduta. A prima vista oggi è più semplice essere informati ed è più facile “fare” il giornalista. Ma è veramente così?

“C’è una crisi dell’ermeneutica giornalistica, crisi delle capacità interpretative” – ha detto recentemente Dino Boffo, direttore del quotidiano “Avvenire”. Una vera crisi del senso del “mestiere” come se nel sistema della professione mancasse proprio l’elemento fondamentale: la fame e l’adesione alla “religione del reale”, quel reale che mai potrà stancare e annoiare perché “teatro della vita degli uomini”. Prendere consapevolezza della violenza mascherata che regola la nostra società e annulla le identità eliminando di fatto il conflitto delle idee, che è sempre costruttivo ed è cosa molto diversa dalla violenza, è il primo passo. 

La capacità di saper discernere senza abbandonarsi al flusso delle opinioni, l’acquisizione del sapere unito alla formazione dello spirito e delle personalità, forse ci porteranno di nuovo ad inchinarci davanti alla straordinaria “maestà” del reale. Sarà forse una vertigine che ci condurrà però ad un porto sicuro. Ancorati no all’omologazione perchè lì è l’origine della violenza, né alla tirannia dei “punti di vista”. Quello che sembra svanito, affogato nel diluvio delle notizie, non è solo il reale ma la stessa pratica del pluralismo, quello vero, che ha una sua visione di “parte”, certo, ma all’interno di regole condivise. Il pluralismo che sa fare spazio all’idea dell’altro ed è ancora capace di percepirlo come “centro” che possiamo incontrare davvero. Hannah Arendt ha scritto che solo dove le cose possono essere viste da molti, in una varietà di aspetti, senza che sia cambiata la loro identità, allora la realtà del mondo può apparire certa e sicura.

Lilli Genco

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