CHI HA PAURA DELL’UOMO NERO?

I sociologi già qualche anno fa preconizzavano la fine dell’idea di multiculturalismo;  ma risultava difficile pensare che la paura dello straniero potesse diventare quasi la cifra identificativa di questo scorcio di secolo: un’onda improvvisa che sale però da un orizzonte lontano, una minaccia indefinita, eppure divenuta concreta. Il tema di questa paura è stato focalizzato nell’agenda politica e mediatica del nostro Paese come necessità di garantire la sicurezza. 

Un sentimento, una percezione collettiva che, come ha scritto Enzo Bianchi su “La stampa”, non va derisa né minimizzata, ma presa sul serio e fronteggiata: per capirla e vincerla. La sicurezza e il benessere rendono tutti più solidali, è ovvio. L’insicurezza accresce la paura dell’altro e può trasformarla in intolleranza. Eppure molti, analizzando i problemi connessi all’immigrazione e alla sicurezza nei paesi occidentali, guardano al tema dell’accoglienza e della pace sociale da una prospettiva diversa. A partire dalla nostra mente, dalle nostre dinamiche psichiche, da quel microcosmo dinamico che siamo io e tu. La pace incomincia da me, diceva un vecchio slogan. 

A fornire una chiave di lettura psicologica di questa paura dell’altro, è stato recentemente, nell’ambito di un corso di educazione alla pace euro-mediterranea, un interessante intervento di Piero Cavalieri, psicoterapeuta e filosofo. Quando una società è attraversata da una crisi interna di cui non vuole prendere consapevolezza, ecco mettere in atto il meccanismo del “capro espiatorio”: una proiezione all’esterno di un disagio, di un conflitto interno. L’ebreo per la Germania frustrata del primo dopo-guerra, i neri d’America per le classi medio-basse che aderirono al Ku Klux Kan. Lo stesso meccanismo si ripropone nella nostra psiche quando non vogliamo riconoscere le parti “altre”, “diverse”, le zone d’ombra che affiorano dentro di noi:  le proiettiamo fuori di noi, in una persona, in un nemico con cui entriamo in conflitto.

Un personale percorso psicologico di educazione alla pace e all’accoglienza dunque passa da noi, anzi dalla parte più nascosta e più fragile, quella che  vorremmo che nessuno mai conoscesse, che è lì, però, nel fondo della nostra interiorità. “Noi siamo fatti di relazioni,  noi siamo fatti di altri – afferma Cavalieri – laddove entriamo in conflitto con gli altri in realtà stiamo entrando, in qualche modo, in conflitto con parti di noi che non vogliamo riconoscere”. E’, insomma, un esperimento da fare: “ogni volta che io individuo un nemico esterno, una parte di quel nemico viene da me; una parte di quella persona estranea, ostile, in qualche modo mi appartiene”. Daniel  Stern dice che impareremo ad accogliere e ad avere cura dello straniero che è fuori di noi, nella misura in cui riusciremo ad accogliere lo straniero che è dentro di noi – e aggiunge Cavalieri: “Noi oggi rischiamo di vivere in una società in cui la  tecnologia e le tecnocrazia avanzata espelle il valore della relazione umana; e invece è lì che sta il crocevia che decide i percorsi di pace o di violenza: dal curare il rapporto con i nostri vissuti emotivi e dai vissuti emotivi dell’altro passano i percorsi di pace”. Quel vecchio slogan insomma non è così sorpassato. 

A partire da noi stessi, dai singoli, la vicenda dell’incontro con lo straniero può tornare ad essere occasione di umanità per tutti.

Lilli Genco

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5 Risposte so far »

  1. 1

    Lidia said,

    Ma quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni?
    (Primo Levi, La tregua)

    Mi piace la parte del tuo articolo in cui parli che l’uomo è fatto di relazioni, ma quanto curiamo queste relazioni? , quanto sono pulite da stereotipi e pregiudizi? è nel percorso di conoscenza dell’altro che ci porterà ad accettarlo; vi è un’assenza di rapporti sociali con gli immigrati, forse è su questo che bisogna lavorare, creare momenti condivisi di musica, poesia, dibattiti sulla situazione politica dei paesi da cui provengono gli immigrati della nostra città…siamo ignoranti nell’amare lo straniero e accogliere lo straniero è fortemente consigliato dal’ebreo Gesù

  2. 2

    Lilli said,

    Le parole di Piero Cavaleri mi hanno colpito proprio per questo “sguardo” profondo che sfugge ai luoghi comuni e, ahimè, anche alla rappresentazione giornalistica del problema.
    Sono d’accordo con te: senza incontro vero, in carne ed ossa, “simmetrico” è difficile vincere la paura o semplicemente il pregiudizio…senza tener conto che sono fenomeni che nascono da una crisi “interna” della nostra società.
    Quella “impercettibile” forza di cui parla Levi poi, oggi è diventata un ciclone anzi come ho scritto nell’altro articolo un diluvio e sta massacrando un presidio della democrazia, l’informazione e…purtroppo anche un “mestiere” che amo molto, quello del giornalismo. Ma questo è un altro discorso….

    La proposta che fai è interessante e potremmo provare a creare un momento insieme durante quest’anno…

  3. 3

    Lidia said,

    Ieri sera in via marconi (all’ex gioielleria Virga) c’è stato un incontro che ha inaugurato l’inizio di un percorso che vale la pena intraprendere!
    Grazie amici di DOCUMENTARIA per essere una voce che documenta quello che succede in questa città e nella nostra società, dove l’informazione è annebbiata. Grazie per aver invitato i nostri fratelli richiedenti asilo politico di Valderice, voi ragazzi quel viaggio attraverso il deserto libico, nelle prigioni, ci siete stati…ho visto la paura di parlare nei vostri volti, come darvi torto…alcuni di voi vengono dalla Nigeria, dal Ciad, dall’Eritrea. Fra un pò di inglese e francese, anche se a fatica ci si può capire è la fiducia e la speranza che si fatica a intendere.
    Mi auguro che ci siano altre occasioni affinchè molte più persone vedano il documentario: “Come un uomo sulla terra”, un film di Andrea Segre e Dagmawi Yimer in collaborazione con Riccardo Biadene, che ripercorre il viaggio dei migranti eritrei e denuncia l’inferno libico, fatto di prigioni e veri e propri campi di concentramento, violenze, uccisioni. Il tutto, ovviamente, con il beneplacito e i finanziamenti dell’Europa e dell’Italia.
    Vincitore al Festival internazionale di Salina.

  4. 4

    Lilli said,

    Mi hanno detto che è veramente molto bello. Potrebbe essere una proposta per un pomeriggio in biblioteca…che ne dici? Che ne dite?

  5. 5

    Ines said,

    La chiesa mi pare comunque sta facendo poco per aiutare a capire questi fenomenic nel senso che a volte mi chiedo dove sono i cristiani


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