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IL DILUVIO UNIVERSALE E LA SCOMPARSA DELLA REALTA’

L’hanno definito exaflood e cioè “allagamento” di byte (precisamente esabyte): una vera inondazione di dati e notizie che scorrono sulla rete. Il nuovo diluvio universale. Un flusso ininterrotto che ci consegnerà a basso costo e con poca fatica tutto il sapere, ogni informazione possibile. E’ una rivoluzione che si sta svolgendo sotto i nostri occhi con vasti e imponenti effetti positivi: in primis l’accesso democratico, gratuito, quasi “copia-incollabile” alla storia, ai fatti, alle notizie. Non solo una rivoluzione tecnologica ma un vero cambiamento culturale. E’ l’era della total audience in cui gli utenti si informano con tutti i media possibili e in cui, oltre ad internet, anche il cellulare si sta guadagnando un posto tra i media tradizionali come social media.

Consegnarsi o meglio “connettersi” all’ottimismo della tecnologia merita però qualche considerazione critica. Oggi le notizie nascono nello spazio di un secondo, si diffondono alla velocità della luce e subito vengono commentate, nutrite di altri fatti, sommerse da altre considerazioni e poi inghiottite o sintetizzate nel miglior slogan possibile. 

La realtà del fatto accaduto rimane sullo sfondo, svuotato dei suoi connotati di verità  e anche delle sue possibili interpretazioni, ostaggio della sola dittatura oggi imperante: quella della libertà degli “infiniti punti di vista”. Pochi in verità sembrano accorgersi delle conseguenze di questa deriva. E senza essere “apocalittici” ( secondo la terminologia coniata da Umberto Eco) è chiaro che ci sono questioni cruciali da affrontare. A cominciare dal ruolo del giornalista. In discussione è la stessa fisionomia del giornalismo oggi strozzato da un sistema che ne limita di fatto l’espressione da una parte e, dall’altro corroso da un’eccessiva e debole illusione: quella che estremizzando posizioni, spesso senza ancorarle alla verifica e all’approfondimento dei fatti, sia possibile recuperare la libertà perduta. A prima vista oggi è più semplice essere informati ed è più facile “fare” il giornalista. Ma è veramente così?

“C’è una crisi dell’ermeneutica giornalistica, crisi delle capacità interpretative” – ha detto recentemente Dino Boffo, direttore del quotidiano “Avvenire”. Una vera crisi del senso del “mestiere” come se nel sistema della professione mancasse proprio l’elemento fondamentale: la fame e l’adesione alla “religione del reale”, quel reale che mai potrà stancare e annoiare perché “teatro della vita degli uomini”. Prendere consapevolezza della violenza mascherata che regola la nostra società e annulla le identità eliminando di fatto il conflitto delle idee, che è sempre costruttivo ed è cosa molto diversa dalla violenza, è il primo passo. 

La capacità di saper discernere senza abbandonarsi al flusso delle opinioni, l’acquisizione del sapere unito alla formazione dello spirito e delle personalità, forse ci porteranno di nuovo ad inchinarci davanti alla straordinaria “maestà” del reale. Sarà forse una vertigine che ci condurrà però ad un porto sicuro. Ancorati no all’omologazione perchè lì è l’origine della violenza, né alla tirannia dei “punti di vista”. Quello che sembra svanito, affogato nel diluvio delle notizie, non è solo il reale ma la stessa pratica del pluralismo, quello vero, che ha una sua visione di “parte”, certo, ma all’interno di regole condivise. Il pluralismo che sa fare spazio all’idea dell’altro ed è ancora capace di percepirlo come “centro” che possiamo incontrare davvero. Hannah Arendt ha scritto che solo dove le cose possono essere viste da molti, in una varietà di aspetti, senza che sia cambiata la loro identità, allora la realtà del mondo può apparire certa e sicura.

Lilli Genco

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