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PORTA D’ORIENTE

La globalizzazione e le leggi del mercato oggi hanno creato un forte interesse per il mondo orientale. Ma ancor prima di seguire l’onda lunga dei cambiamenti imposti dalle esigenze economiche, sarebbe necessario porsi nella giusta predisposizione d’animo per comprendere lo spirito più autentico delle culture di questi popoli che per millenni hanno compiuto un cammino storico-evolutivo basato su una visione diversa della realtà, derivata da un percorso di conoscenza che per fondamento ha avuto la ricerca della verità tramite il metodo analogico proprio della filosofia taoista.

Nei secoli passati diversi tentativi di avvicinamento a questa millenaria civiltà sono stati fatti dagli occidentali. Sono documentate tracce di incontro con alcune legioni romane in sperduti villaggi della Cina centrale ma, a parte la fantasiosa impresa di Marco Polo, il primo grande incontro tra la civiltà cinese e la civiltà occidentale è stato possibile grazie all’opera del gesuita Matteo Ricci intorno al XVII° secolo d.C.

Nelle sue cronache dei “Commentari dalla Cina”, insieme alla descrizione delle meraviglie di questo mondo esotico, si coglie quale approccio sia più indicato per superare le naturali barriere tra questi due mondi e dare vita ad un vero e proprio incontro interrelazionale ed interculturale.

Nei secoli successivi i rapporti con l’oriente, ed in particolare con la Cina, si sono sempre più infittiti, ma non sempre per una comune voglia di conoscenza reciproca. Da un lato la voglia di espansione occidentale dal XVIII° secolo in poi  supportata dall’avanzare illuministico della tecnologia  e dall’altro la chiusura ermetica del mondo orientale che, forte di una tradizione millenaria non ha mai rinunciato al proprio pensiero, hanno funzionato da ostacolo insormontabile ad un reale incontro.

Questa diffidenza ha trovato il punto di maggiore profondità nel periodo della rivoluzione maoista: da allora la Cina ha rappresentato per decenni una sorta di “impero del male”.

In mezzo a tanto rumore e clamore di armi, però c’è sempre stato chi nel silenzio e nell’umiltà ha costruito dei ponti di dialogo: uomini di straordinario talento e di altrettanto coraggio che superando le proprie convinzioni politiche e il proprio radicamento culturale, hanno provato autenticamente a conoscere e a farsi conoscere dal mondo orientale. E’ il caso del famoso giornalista e scrittore Konstantin Milsky, per anni prigioniero nelle carceri cinesi con la falsa accusa di spionaggio, che anziché covare rancore nei confronti dei suoi carcerieri, ha preferito il dialogo e l’incontro interculturale fino a diventare uno dei massimi conoscitori della lingua cinese antica grazie al contatto avuto con dei monaci taoisti. E’ lui oggi interprete e traduttore dei più antichi testi di Medicina Cinese come il Lingshu (Perno Spirituale) ed il Zhen Jiu Jia Yi Jing (Classico Sistematico di Agopuntura e Moxibustione).

Per delineare il ruolo di questi pionieri del dialogo, bisogna poi ricordare la preziosa e quasi monumentale opera svolta da un altro artefice di questo incontro: il padre gesuita Claude Larre. Egli, a cavallo tra gli anni ’40 e ’50, trascorse molti anni in Cina. Con tenacia e con l’apertura culturale e spirituale propria dei miglior esponenti del suo ordine, riuscì a conoscere le basi fondamentali del pensiero cinese, comprendendone l’intima essenza fondata su una visione energetico-spirituale, ma non spiritualista, in cui l’uomo rappresenta il fulcro, cioè punto di arrivo e di partenza di una relazione che racchiude i protagonisti fondamentali del creato, le tre Genie: Cielo, Terra, Uomo.

Fra le sue opere più famose: la traduzione del Dao De Jing (Libro della Via e della Virtù) corredato da un magnifico commentario dove continuamente fa un confronto con i Vangeli e le Lettere di San Paolo; e Il commentario al cap. 8 del Lingshu sullo Psichismo, in cui emerge la visione olistica dell’uomo propria degli antichi medici cinesi e che rappresenta il primo modello di medicina psico-somatica.

In questo cammino padre Larre, per oltre venti anni, è stato accompagnato da Elisabeth Rochat de La Vallèe, che oggi ne raccoglie l’eredità diffondendo in tutto il mondo il suo messaggio che rappresenta un autentico patrimonio culturale dell’umanità.

Infine in questo percorso del dialogo, bisogna menzionare un altro uomo veramente importante. Nguyen Van Nghi: un orientale venuto in occidente, che tanto ha amato l’occidente. 

Medico e agopuntore, traduttore ed eminente studioso dei più antichi testi di medicina cinese, è stato sicuramente colui che ha contribuito più di qualsiasi altro alla diffusione in Europa ed in America della pratica dell’agopuntura, favorendone il suo inserimento e la sua integrazione nella medicina ufficiale.

E proprio alla vigilia dell’ultimo congresso internazionale cui partecipò prima della morte a Trapani nel Giugno del 1999, ad un giornalista che gli chiedeva perché avesse scelto di venire in questa città, Van Nghi rispose: “Vorrei che Trapani, crocevia di civiltà, diventasse… la porta d’oriente.”  

Forse, come desiderava Van Nghi, Trapani può davvero diventare porta d’oriente. Forse questa porta si sta aprendo e come ogni porta che si apre, mentre consente di uscire permette, a chiunque lo voglia, di entrare a conoscere il nostro pensiero. La vera cultura, d’altra parte, è saper essere ospiti in tutte le direzioni del cuore.

Vincenzo Garaffa

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S
i chiama “la porta d’oriente” il progetto nato dall’incontro tra un gruppo di medici trapanesi che promuovono la conoscenza della medicina cinese e la Fondazione Pasqua2000. Obiettivo: sviluppare una visione della persona che mette insieme il doppio sguardo orientale ed occidentale sull’uomo. La millenaria saggezza cinese infatti esprime con un linguaggio potente un modo di concepire l’uomo, l’universo e la vita ancora tutto da esplorare che nasce dall’intuizione che l’uomo vive la sua vita come un albero le cui radici stanno profondamente nella terra e la chioma svetta anelando al cielo e cerca in quest’armonia profonda tra l’uomo e l’energia del creato, la guarigione e anche la via per realizzare una condizione di infinitezza. Una concezione che ben si collega a quella visione olistica e unitaria dell’uomo propria del cristianesimo ed espressa da figure di primo piano come il medico santo Giuseppe Moscati. 
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