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IL VALORE TERAPEUTICO DELLA FILOSOFIA Intervista a Neri Pollastri

E’ stato uno dei pionieri della consulenza filosofica in Italia lavorando come consulente filosofico di quartiere nel comune di Firenze. Autore di articoli e pubblicazioni, presidente della più prestigiosa associazione di consulenza filosofica in Italia, “Phronesis”, Neri Pollastri spiega perché la filosofia non è solo una questione di dispute accademiche. Un filosofo che gioca a fare lo psicoterapeuta? No, perché più che di aspetti terapeutici si può parlare di effetti collaterali. Quali? Il piacere di ampliare la propria visione del mondo.

Professor Pollastri cosa distingue il dialogo filosofico da un altro tipo di dialogo?

In generale, le modalità con cui si svolge. Ad esempio, ci sono dialoghi di tipo strategico, come quello che tra gli ateniesi e gli abitanti dell’isola di Melo riportato da Tucidide ne Le guerre del Peloponneso o come i molti dialoghi tra politici cui assistiamo anche troppo frequentemente attraverso la TV. In questi casi il dialogo è un mezzo per ottenere la vittoria: si misurano le parole per non offrire il fianco agli attacchi dell’avversario e si ascolta cercando il suo punto debole, per poi colpirlo ed affermare la propria posizione. Mancano sincerità e desiderio di cooperazione, manca la philia tra i dialoganti. C’è poi il dialogo come mero scambio di informazioni, nel quale si parla per dare all’altro delle notizie e si ascolta per riceverne. In questo caso – che può peraltro sconfinare nella chiacchiera heideggeriana – può esserci sincerità, ma mancano ancora gli elementi fondamentali di un dialogo filosofico: un profondo coinvolgimento reciproco e l’intenzione di “fare qualcosa” assieme.

Il dialogo filosofico può contenere lo scambio di informazioni e, talvolta, può anche configurarsi come una “sfida teorica” (quando si tratta di difendere la propria meditata posizione dalla messa alla prova da parte del dialogante), ma esso richiede sincerità, personale messa in gioco, consapevole desiderio di costruire insieme all’altro qualcosa di nuovo e di diverso dal proprio pensiero precedente al dialogo stesso. In altre parole, il dialogo filosofico è un atto creativo svolto cooperativamente e per questo richiede una profonda e non pregiudiziale comprensione delle parole e della visione del mondo dell’altro, la ricerca intenzionale della messa in discussione della propria posizione, la fiducia reciproca dei dialoganti – che in una parola io tendo appunto a chiamare philia, termine che non a caso troviamo nella radice stessa del termine philosophia.

Lei scrive che la consulenza filosofica, pur non essendo una terapia, può avere effetti terapeutici. Cosa intende?

Io sostengo che la patologia sia un artificio tecnico per semplificare una condizione complessa degli esseri viventi e non abbia uno statuto ontologico autonomo. Ciò vale in particolare per la patologia psichica, che si definisce sempre in termini sociali, adattivi, ed è quindi dipendente dal contesto. In molti casi la riduzione della complessità è necessaria agli uomini per poter operare in tempi brevi, economicamente, ed infatti essa è il tratto caratteristico di ogni tipo di nostra azione pratica. Ma nel caso delle difficoltà esistenziali questa riduzione non è sempre la cosa migliore da fare e merita di essere praticata solo in casi di conclamata urgenza – ad esempio quando vada in gioco l’integrità biologica, come nel caso di stati di depressione gravi o attacchi di panico. Dove ciò non accada e sia possibile “prendersi il tempo” per capire, riflettere, costruire concezioni della realtà diverse, è preferibile non etichettare la persona con categorie mediche e considerare lo stato una normale conseguenza di un modo di pensare il mondo impreciso, incompleto, incoerente.

Se poi il lavoro di comprensione, riflessione e ricostruzione del senso approda a uno stato esistenziale (ed emotivo) diverso e più soddisfacente, per il filosofo questo non vuol dire che ci sia stata “guarigione”, ma solo chiarificazione e conseguente messa in pratica della nuova concezione del mondo. Tuttavia, con gli “occhiali” del terapeuta si potrà ben dire che c’è stata “guarigione”. È in questo senso che, seguendo Shlomit Schuster, parlo di “effetti terapeutici”. Ma, si badi, si tratta solo di “effetti collaterali” del filosofare, che si possono verificare solo se, nel corso della relazione di consulenza, si riesce a non cercarli: perché in caso contrario non riusciremmo ad avere una vera relazione filosofica (la quale sarebbe compromessa da una finalità “terapeutica”, che ne ostacolerebbe il corso) e non otterremmo proprio niente!

Quali sono allora gli obiettivi della consulenza filosofica?

Molto sinteticamente: l’ampliamento, l’arricchimento e la ricostruzione del senso della visione del mondo dei dialoganti. Sottolineo il plurale, perché l’obbiettivo non è circoscritto alla visione del mondo del consultante, ma include anche quella del consulente, che deve come dicevo mettersi in gioco, dubitare anche delle proprie convinzioni – condizione essenziale perché egli sia un filosofo e perché la consulenza sia una forma di filosofia. Perché, non scordiamolo, la consulenza filosofica è essenzialmente filosofia. 

Norma Romano

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“Pensare bene” la vita è il requisito essenziale per “vivere bene” la vita. Si basa su questa idea la pratica della Consulenza Filosofica. Non si tratta di psicoterapia né di un’esperienza di problem solving: La consulenza filosofia si presenta come la possibilità per chi fa ad essa ricorso, di un libero dialogo critico per ampliare o cambiare la propria visione del mondo. Ad inaugurare questo nuovo approccio alla filosofia è stato nel 1981 in Germania Gerd Achenbach. Nel 2003  a Firenze è nata Phronesis, l’Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica. Lo scorso anno la consulenza filosofica è sbarcata anche a Trapani con un ciclo di dialoghi filosofici per non filosofi che si sono tenute presso il Seminario Vescovile. 
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